IL SETTIMO GIORNO di Giulia Marchi
“Il riposo divino non è l’abbandono dell’opera ma la sua inoperosità” (Agamben)
Inaugurazione – Sabato 18 Luglio 2026 ore 18
19.07.26 – 06.09.26
IL SETTIMO GIORNO
Sei dadi di marmo occupano lo spazio senza essere mai lanciati. Conservano la possibilità del caso, ma ne sospendono l’evento. Oggetti concepiti per produrre un esito vengono sottratti alla loro funzione e restituiti alla loro semplice presenza. Il numero sei richiama i giorni della creazione. Il settimo, invece, rimane invisibile. Non è un tempo cronologico, ma una soglia: il momento in cui l’azione si arresta e il mondo si offre finalmente alla contemplazione.
Nel pensiero di Giorgio Agamben, l’inoperosità non coincide con l’inattività. Essa è la sospensione della funzione, la condizione in cui una cosa cessa di essere definita dal proprio scopo e si apre a nuove possibilità d’uso e di
significato. L’arte abita precisamente questo spazio. I dadi non sono più strumenti del gioco, così come il marmo non è più soltanto materia monumentale. Entrambi vengono liberati dalla loro destinazione originaria. Ciò che rimane è una forma che non produce, ma espone; che non determina un esito, ma custodisce il possibile.
“Il settimo giorno” non celebra la fine della creazione ma interroga ciò che accade quando ogni opera, compiuta, smette di servire uno scopo e diventa esperienza. È in questo intervallo che il caso perde la sua dimensione
statistica per assumere quella ontologica: non più probabilità, ma apertura del reale.
Le opere abitano questo tempo sospeso.
Non rappresentano il mondo: ne rendono visibile la possibilità.
GIULIA MARCHI
Nasce a Rimini nel 1976 dove vive e lavora. Studia lettere classiche all’Università di Bologna.
La sua formazione artistica di forte impronta letteraria l’ha portata ad un’espressività spesso connotata di narrazione, anche quando la forma scelta (spesso la fotografia, ma non solo) non rende la lettura così immediata, ma rimanda a combinazioni successive, come codici che prima ancora di essere decifrati si lasciano interpretare da una sorta di fascinazione, sia per il sapiente uso dei materiali che per la comunicatività dell’immagine, spesso ingannevole alla prima osservazione, ma ugualmente attribuibile alla poetica dell’artista.
Il contaminare con materiali di diversa natura la scena artistica è parte integrante del lavoro dell’artista.
La ricerca è riflessione, richiede conoscenza, studio e comprensione profonda. Il lavoro non è unicamente visivo ma trascende la visione, ti conduce in spazi tattili nei quali l’immagine viene plasmata sottendendo un pensiero ben strutturato ma da decodificare.
Le sue opere sono conservate nella collezione del MAXXI di Roma, del CAMUSAC di Cassino, Collezione MiramART di Santa Margherita Ligure, della Collezione Maramotti di Reggio Emilia e Collezione Museo Mambo Bologna
www.giuliamarchi.eu

